« L’Inferno di Dante » di Leonardo Frigo

L’inferno di Dante mi ha sem­pre ispi­ra­to fin da bam­bi­no, pro­ba­bil­men­te pos­so dire che mi ha inse­gna­to a imma­gi­na­re e a sognare

A proposito di arte

Dante Alighieri nac­que a Firenze da Alighiero di Bellincione e da Bella degli Abati tra il mag­gio e il giu­gno del 1265 sot­to il segno dei Gemelli (“quan­d’io sen­ti” di pri­ma l’ae­re tosco” come affer­ma egli stes­so in Paradiso XII, 112 – 117). Fu bat­tez­za­to col nome di Durante, di cui Dante è dimi­nu­ti­vo, il 26 mar­zo del 1266, gior­no del Sabato san­to. In quel par­ti­co­la­re gior­no a Firenze era usan­za bat­tez­za­re pres­so il bat­ti­ste­ro di San Giovanni tut­ti i fan­ciul­li nati duran­te l’ultimo anno.

Alighiero ebbe anche un’altra moglie, Lapa di Chiarissimo Cialuffi, da cui ebbe altri due figli, Francesco e Gaetana.

Nel 1285 Dante spo­sò Gemma di Manetto Donati e da que­sta ebbe tre figli maschi e (for­se) una fem­mi­na: Giovanni, Iacopo, Pietro e Antonia. Quest’ultima, pro­ba­bil­men­te, diven­ne mona­ca e pre­se il nome di suor Beatrice.

Nel 1289 par­te­ci­pò alla bat­ta­glia di Campaldino, in cui i Fiorentini scon­fis­se­ro gli Aretini, e alla pre­sa di Caprona. Nel 1295 ebbe ini­zio la sua car­rie­ra poli­ti­ca con l’iscrizione all’Arte de Medici e Speziali, una del­le set­te cor­po­ra­zio­ni del­le arti e mestie­ri che con­tri­bui­ro­no allo svi­lup­po eco­no­mi­co di Firenze nel Medioevo. Fu mem­bro del con­si­glio dei Cento e infi­ne fu elet­to prio­re dal 15 giu­gno al 15 ago­sto del 1300.

Papa Bonifacio VIII, vacan­te il seg­gio impe­ria­le, cer­cò di intro­met­ter­si negli affa­ri poli­ti­ci di Firenze per esten­de­re il suo domi­nio su tut­ta la Toscana. Inoltre, le discor­dan­ze tra l’aristocrazia ter­rie­ra e il poten­te ceto mer­can­ti­le por­ta­ro­no alla scis­sio­ne dei guel­fi in due fazio­ni, Bianchi e Neri, capi­ta­na­ti, rispet­ti­va­men­te, dal­le fami­glie dei Cerchi e dei Donati. I guel­fi Neri favo­ri­va­no le ambi­zio­ni papa­li men­tre i Bianchi difen­de­va­no a tut­ti i costi l’indipendenza del­la loro cit­tà. Durante il prio­ra­to, Dante man­dò in esi­lio i capi del­le due fazio­ni. Il prov­ve­di­men­to, però, non ser­vì a nul­la per­ché otten­ne come effet­to l’aumento dell’esasperazione tra i due par­ti­ti. Fu in que­sto acce­so con­te­sto che Dante scel­se di schie­rar­si dal­la par­te dei Bianchi. Bonifacio VIII man­dò Carlo di Valois a Firenze per pla­ca­re i con­flit­ti tra le due fazio­ni. Questi, alla pri­ma occa­sio­ne, fece esi­lia­re i guel­fi Bianchi dal­la cit­tà nel 1301.

Nel 1302 Dante ven­ne con­dan­na­to a paga­re una mul­ta di 5000 fio­ri­ni poi­ché accu­sa­to ingiu­sta­men­te di fro­de e di barat­te­ria. Dante non pagò la mul­ta e così ven­ne con­dan­na­to al rogo. Pertanto, fu costret­to ad anda­re in esi­lio per evi­ta­re la con­dan­na. Il poe­ta fu coin­vol­to nei pri­mi ten­ta­ti­vi dei Bianchi di ripren­de­re il con­trol­lo di Firenze, ma furo­no tut­ti vani. Dopo un lun­go pere­gri­na­re in cer­ca di asi­lo in tut­ta Italia, nel 1318 giun­se a Ravenna e si sta­bi­lì pres­so la cor­te di Guido da Polenta. Qui morì nel set­tem­bre del 1321 e fu sepol­to nel­la chie­sa dei fran­ce­sca­ni che rima­se­ro, ai suoi occhi, la più pura espres­sio­ne del cle­ro cri­stia­no. Molti anni dopo, nel 1780, il car­di­nal lega­to Luigi Valenti Gonzaga fece eri­ge­re un sepol­cro in sti­le neo­clas­si­co per il poe­ta, pro­get­ta­to dall’architetto raven­na­te Camillo Morigia, per resti­tui­re nobil­tà e deco­ro alla sua sepoltura.