Le Opere

34 stru­men­ti musi­ca­li, 33 vio­li­ni e 1 vio­lon­cel­lo, sui qua­li Leonardo stes­so ha rea­liz­za­to le emble­ma­ti­che illu­stra­zio­ni ispi­ra­te alla pri­ma can­ti­ca del­la Divina Commedia: Inferno

«Nel mez­zo del cam­min di nostra vita
mi ritro­vai per una sel­va oscu­ra,
ché la dirit­ta via era smarrita.»

INFERNO Canto I, 1–3

A cir­ca 35 anni Dante per­de la dirit­ta via e si ritro­va in una fore­sta oscu­ra e spa­ven­to­sa. In que­sto luo­go sini­stro il som­mo poe­ta scor­ge un col­le illu­mi­na­to dal­la pri­ma luce dell’alba e pro­va a sca­lar­lo. All’improvviso le tre fie­re, una lon­za, un leo­ne e una lupa gli bloc­ca­no il pas­sag­gio. In que­sto momen­to incon­tra l’anima di Virgilio, che gli indi­che­rà un nuo­vo cam­mi­no. Il poe­ta spie­ga a Dante che il viag­gio com­pren­de­rà un pas­sag­gio attra­ver­so Inferno, Purgatorio e Paradiso.

Dante Alighieri Biografia Fasce late­ra­li Violoncello

Dante Alighieri nac­que a Firenze da Alighiero di Bellincione e da Bella degli Abati tra il mag­gio e il giu­gno del 1265 sot­to il segno dei Gemelli (“quan­d’io sen­ti” di pri­ma l’ae­re tosco” come affer­ma egli stes­so in Paradiso XII, 112 – 117). Fu bat­tez­za­to col nome di Durante, di cui Dante è dimi­nu­ti­vo, il 26 mar­zo del 1266, gior­no del Sabato san­to. In quel par­ti­co­la­re gior­no a Firenze era usan­za bat­tez­za­re pres­so il bat­ti­ste­ro di San Giovanni tut­ti i fan­ciul­li nati duran­te l’ultimo anno.

Alighiero ebbe anche un’altra moglie, Lapa di Chiarissimo Cialuffi, da cui ebbe altri due figli, Francesco e Gaetana.
Nel 1285 Dante spo­sò Gemma di Manetto Donati e da que­sta ebbe tre figli maschi e (for­se) una fem­mi­na: Giovanni, Iacopo, Pietro e Antonia. Quest’ultima, pro­ba­bil­men­te, diven­ne mona­ca e pre­se il nome di suor Beatrice.
Nel 1289 par­te­ci­pò alla bat­ta­glia di Campaldino, in cui i Fiorentini scon­fis­se­ro gli Aretini, e alla pre­sa di Caprona. Nel 1295 ebbe ini­zio la sua car­rie­ra poli­ti­ca con l’iscrizione all’Arte de Medici e Speziali, una del­le set­te cor­po­ra­zio­ni del­le arti e mestie­ri che con­tri­bui­ro­no allo svi­lup­po eco­no­mi­co di Firenze nel Medioevo. Fu mem­bro del con­si­glio dei Cento e infi­ne fu elet­to prio­re dal 15 giu­gno al 15 ago­sto del 1300.

Papa Bonifacio VIII, vacan­te il seg­gio impe­ria­le, cer­cò di intro­met­ter­si negli affa­ri poli­ti­ci di Firenze per esten­de­re il suo domi­nio su tut­ta la Toscana. Inoltre, le discor­dan­ze tra l’aristocrazia ter­rie­ra e il poten­te ceto mer­can­ti­le por­ta­ro­no alla scis­sio­ne dei guel­fi in due fazio­ni, Bianchi e Neri, capi­ta­na­ti, rispet­ti­va­men­te, dal­le fami­glie dei Cerchi e dei Donati. I guel­fi Neri favo­ri­va­no le ambi­zio­ni papa­li men­tre i Bianchi difen­de­va­no a tut­ti i costi l’indipendenza del­la loro cit­tà. Durante il prio­ra­to, Dante man­dò in esi­lio i capi del­le due fazio­ni. Il prov­ve­di­men­to, però, non ser­vì a nul­la per­ché otten­ne come effet­to l’aumento dell’esasperazione tra i due par­ti­ti. Fu in que­sto acce­so con­te­sto che Dante scel­se di schie­rar­si dal­la par­te dei Bianchi. Bonifacio VIII man­dò Carlo di Valois a Firenze per pla­ca­re i con­flit­ti tra le due fazio­ni. Questi, alla pri­ma occa­sio­ne, fece esi­lia­re i guel­fi Bianchi dal­la cit­tà nel 1301.

Nel 1302 Dante ven­ne con­dan­na­to a paga­re una mul­ta di 5000 fio­ri­ni poi­ché accu­sa­to ingiu­sta­men­te di fro­de e di barat­te­ria. Dante non pagò la mul­ta e così ven­ne con­dan­na­to al rogo. Pertanto, fu costret­to ad anda­re in esi­lio per evi­ta­re la con­dan­na. Il poe­ta fu coin­vol­to nei pri­mi ten­ta­ti­vi dei Bianchi di ripren­de­re il con­trol­lo di Firenze, ma furo­no tut­ti vani. Dopo un lun­go pere­gri­na­re in cer­ca di asi­lo in tut­ta Italia, nel 1318 giun­se a Ravenna e si sta­bi­lì pres­so la cor­te di Guido da Polenta. Qui morì nel set­tem­bre del 1321 e fu sepol­to nel­la chie­sa dei fran­ce­sca­ni che rima­se­ro, ai suoi occhi, la più pura espres­sio­ne del cle­ro cri­stia­no. Molti anni dopo, nel 1780, il car­di­nal lega­to Luigi Valenti Gonzaga fece eri­ge­re un sepol­cro in sti­le neo­clas­si­co per il poe­ta, pro­get­ta­to dall’architetto raven­na­te Camillo Morigia, per resti­tui­re nobil­tà e deco­ro alla sua sepoltura.

RETRO

La strut­tu­ra dell’oltremondo dan­te­sco nel­la Divina Commedia
Secondo la visio­ne di Dante, la Terra si tro­ve­reb­be al cen­tro dell’universo e solo il suo emi­sfe­ro set­ten­trio­na­le, deli­mi­ta­to dal fiu­me Gange ad orien­te e dal­le Colonne d’Ercole a occi­den­te, sareb­be abi­ta­to.
Al cen­tro dell’emisfero si tro­va Gerusalemme. Sotto di essa si apre la vora­gi­ne dell’Inferno, pro­vo­ca­ta dal­la cadu­ta di Lucifero. Dall’altra par­te del­la Terra, nell’emisfero meri­dio­na­le, si erge la mon­ta­gna del Purgatorio, iso­la­ta nel bel mez­zo dell’oceano. Sulla cima del­la mon­ta­gna si tro­va il Paradiso Terrestre. Intorno alla Terra ruo­ta­no le nove sfe­re cele­sti con­cen­tri­che del Paradiso. L’Empireo, il deci­mo cie­lo, è al di fuo­ri del­lo spa­zio e del tem­po. Al suo inter­no si tro­va la rosa dei bea­ti e, infi­ne, lo stes­so Dio.

Dante dubi­ta di riu­sci­re a intra­pren­de­re un viag­gio tan­to dif­fi­ci­le e miste­rio­so. Virgilio lo ras­si­cu­ra spie­gan­do che Beatrice gli affi­dò il com­pi­to di gui­da, per vole­re del­la Vergine Maria e di Santa Lucia. Dante, ascol­ta­te le paro­le di Virgilio, ritro­va sicu­rez­za ed ini­zia il cam­mi­no ver­so l’entrata dell’inferno insie­me alla sua gui­da. Il som­mo poe­ta invo­ca le set­te Muse Ispiratrici (divi­ni­tà del­la reli­gio­ne gre­ca), chie­den­do loro di aiu­tar­lo a descri­ve­re ciò che vedrà duran­te il suo cammino.

«O muse, o alto inge­gno, or m’aiutate;
o men­te che scri­ve­sti ciò ch’io vidi,
qui si par­rà la tua nobilitate.»

INFERNO, Canto II 7–9

I due poe­ti si tro­va­no sono sul­le coste del­la palu­de Stigia, dove Dante intra­ve­de stra­ne segna­la­zio­ni tra la tor­re ed un’al­tra for­tez­za. Sopraggiunge il secon­do tra­ghet­ta­to­re infer­na­le, Flegias, che por­te­rà Dante e Virgilio sul­la spon­da oppo­sta. Nella tra­ver­sa­ta del­la palu­de del fiu­me Stige, una del­le ani­me dan­na­te si aggrap­pa con le mani all’imbarcazione: si trat­ta di Filippo Argenti, con­tem­po­ra­neo fio­ren­ti­no del som­mo poe­ta; Virgilio lo respin­ge nell’acqua dove vie­ne subi­to attac­ca­to dagli altri dannati.

Dante e Virgilio arri­va­no all’ingresso del­la cit­tà di Dite, dove sono pre­sen­ti cen­ti­na­ia di dia­vo­li che minac­cia­no i due poe­ti e bloc­ca­no l’accesso chiu­den­do­ne le por­te. Il can­to si con­clu­de con l’annuncio, da par­te di Virgilio, dell’arrivo di un Messo Celeste che sta già attra­ver­san­do i cer­chi infernali.

«Sovr’essa vede­stù la scrit­ta mor­ta:
e già di qua da lei discen­de l’erta,
pas­san­do per li cer­chi san­za scor­ta,
tal che per lui ne fia la ter­ra aperta.»

INFERNO, Canto VIII, 127–130

Dante, risve­glia­to da un for­te tuo­no, si ritro­va nel Limbo. Il quar­to can­to descri­ve il pri­mo Cerchio dell’Inferno, riser­va­to ai bam­bi­ni non bat­tez­za­ti e agli uomi­ni e alle don­ne di valo­re che non conob­be­ro in vita Dio. Dante si fa lar­go tra la fit­ta schie­ra del­le ani­me dei non bat­tez­za­ti fino a rag­giun­ge­re una zona lumi­no­sa in cui incon­tra Omero, Orazio, Ovidio e Lucano.

«sì ch’io fui sesto tra cotan­to sen­no.»
INFERNO Canto IV, 102

Dopo aver pas­sa­to un fos­sa­to e set­te por­te, i poe­ti arri­va­no all’interno del castel­lo degli “spi­ri­ti magni” dove Dante, emo­zio­na­to, vede le ani­me di Giulio Cesare, Enea, Aristotele, ed altri spiriti.

All’ingresso del II Cerchio c’è Minosse, il giu­di­ce infer­na­le. Le ani­me dan­na­te con­fes­sa­no a lui i pro­pri pec­ca­ti, poi Minosse sce­glie la loro pena, arro­to­lan­do la sua lun­ga coda tan­te vol­te quan­ti sono i cer­chi che dovran­no per­cor­re­re per esser punite.

Nel II cer­chio sono puni­te le ani­me dei lus­su­rio­si, colo­ro che non sep­pe­ro rego­la­re le loro pul­sio­ni car­na­li; dimo­ra­no in un luo­go buio e sono mos­se da un lato all’altro del Cerchio da un’incessante bufera:

«E come i gru van can­tan­do lor lai,
fac­cen­do in aere di sé lun­ga riga,
così vid’io venir, traen­do guai,
ombre por­ta­te da la det­ta briga;»

INFERNO, Canto V, 46–49

Dante e Virgilio si fer­ma­no a par­la­re con Paolo e Francesca.

Nel ter­zo cer­chio, sot­to una piog­gia eter­na, male­det­ta e fred­da, sono puni­te le ani­me dei golosi.

Il mostro infer­na­le Cerbero, cane a tre teste, squar­ta e graf­fia gli spi­ri­ti dei golo­si che sono immer­si nel fan­go con i suoi artigli.

«Li occhi ha ver­mi­gli, la bar­ba unta e atra,
e ’l ven­tre lar­go, e unghia­te le mani;
graf­fia li spir­ti, ed isco­ia ed isquatra»

INFERNO, Canto VI 16–18

Dopo aver pla­ca­to l’ira di Cerbero, i due vian­dan­ti rie­sco­no ad avvi­ci­nar­si e a dia­lo­ga­re con il dan­na­to Ciacco.

Nel IV cer­chio sono puni­ti gli ava­ri e i pro­di­ghi. Il can­to ini­zia con le minac­ce di Pluto, custo­de infer­na­le del cer­chio, che si oppo­ne al pas­sag­gio di Dante.

«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»

INFERNO, Canto VII 1–2

Virgilio ricor­da a Pluto la vit­to­ria dell’Arcangelo Michele con­tro Lucifero. A que­sto pun­to il custo­de cade a ter­ra mor­ti­fi­ca­to e i due poe­ti pos­so­no con­ti­nua­re il loro viaggio.

Dante e Virgilio sono quin­di in gra­do di scen­de­re ulte­rior­men­te nel cerchio.

Si apre alla loro vista uno sce­na­rio infer­na­le: due schie­re di dan­na­ti, gli ava­ri e i pro­di­ghi, con­dan­na­ti a spin­ge­re enor­mi mas­si con il pet­to, nei due sen­si oppo­sti. Nel pun­to in cui si incro­cia­no, si insul­ta­no e si ricor­da­no reci­pro­ca­men­te i vizi per cui sono puniti.

«gri­dan­do: «Perché tie­ni?» e «Perché burli?» »

INFERNO, Canto VII, 30

Parlando dell’avarizia e del­lo spre­co, i due poe­ti discu­to­no riguar­do la Fortuna ed entra­no nel V Cerchio. Qui si tro­va una pic­co­la sor­gen­te d’acqua bol­len­te e scu­ra che, a val­le, va a for­ma­re una palu­de dove sono immer­si gli ira­con­di e gli accidiosi.

Costeggiata la palu­de Stigia, i poe­ti arri­va­no ai pie­di di una torre.

The two poe­ts find them­sel­ves on the sho­res of the Stygian swamp, whe­re Dante cat­ches sight of stran­ge signals bet­ween the tower and ano­ther for­tress. The second infer­nal fer­ry­man, Phlegyas, arri­ves and takes Dante and Virgil to the oppo­si­te sho­re. While cros­sing the swamp of the Styx River, one of the dam­ned souls clings to the boat with his hands: it is Filippo Argenti, a Florentine con­tem­po­ra­ry of the great poet; Virgil pushes him back into the water whe­re he is imme­dia­te­ly attac­ked by the other damned.

Dante and Virgil arri­ve at the entran­ce to the city of Dis, whe­re the­re are hun­dreds of devils who threa­ten the two poe­ts and block their access by clo­sing the doors. The can­to ends with Virgil’s announ­ce­ment of the arri­val of a Celestial Messenger who is alrea­dy on his way throu­gh the cir­cles of hell.

«O’er it did­st thou behold the dead inscrip­tion;
And now this side of it descends the steep,
Passing across the cir­cles without escort,
One by who­se means the city shall be opened.»

INFERNO, Canto VIII, 127–130

Mentre Dante e Virgilio sono assa­li­ti da pau­re e dub­bi, ven­go­no minac­cia­ti dal­le tre Furie che appa­io­no sopra la por­ta del­la cit­tà di Dite. Le furie, Megera, Aletto e Tisifone, cer­ca­no di evo­ca­re Medusa affin­ché pie­tri­fi­chi Dante.

«Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto»

INFERNO, Canto IX 52

Con la for­za di un ura­ga­no, il Messo Celeste arri­va in soc­cor­so di Dante e Virgilio attra­ver­san­do la palu­de Stigia: con un sem­pli­ce ramo­scel­lo apre le por­te del­la cit­tà e scac­cia tut­ti i demoni.

I due poe­ti entra­no a Dite, oltre le cui mura si esten­de un cimi­te­ro di tom­be infuo­ca­te. Al loro inter­no sono puni­ti gli ere­siar­chi e i loro seguaci.

I due poe­ti si tro­va­no all’interno del­la cit­tà quan­do un’a­ni­ma, da un sepol­cro infuo­ca­to, chia­ma Dante. Si trat­ta di Farinata degli Uberti, che con il poe­ta tosca­no intra­pren­de un discor­so politico.

«O Tosco che per la cit­tà del foco
vivo ten vai così par­lan­do one­sto,
piac­cia­ti di resta­re in que­sto loco.»

INFERNO, Canto X 22–24

Nel discor­so tra Dante e Farinata si intro­met­te un altro dan­na­to, Cavalcante dei Cavalcanti. Farinata, dopo aver pre­det­to l’esilio a Dante, spie­ga che egli gia­ce nel cimi­te­ro infuo­ca­to con mol­te altre ani­me, tra le qua­li quel­la di Federico II di Svevia e del Cardinale Ottaviano degli Ubaldini.

I poe­ti lascia­no i sepol­cri infuo­ca­ti alle loro spal­le, diri­gen­do­si ver­so il cen­tro del cer­chio. Una vol­ta giun­ti al suo orlo, si affac­cia­no a quel­lo suc­ces­si­vo, il settimo.

Dante e Virgilio sono giun­ti all’orlo del VI Cerchio dove sono costret­ti, a cau­sa del puz­zo pro­ve­nien­te dal­la vora­gi­ne infer­na­le, a fer­mar­si e a tro­va­re ripa­ro die­tro ad un sepol­cro. Su di esso Dante leg­ge il nome di Papa Anastasio.

«« Anastasio papa guar­do,
lo qual tras­se Fotin de la via dritta”»

INFERNO, Canto XI 8–9

Ai pie­di del­la lapi­de papa­le, Virgilio spie­ga a Dante la topo­gra­fia mora­le dell’Inferno e la sua strut­tu­ra: come sono sud­di­vi­si i pec­ca­to­ri in vari cer­chi, dal Limbo sino al fon­do dell’abisso chia­ma­to Giudecca.

Conclusa la spie­ga­zio­ne da par­te di Virgilio, i due poe­ti discen­do­no dal VI al VII cer­chio, divi­so in tre giro­ni, in cui sono puni­ti i vio­len­ti. In un luo­go ripi­do e roc­cio­so, i due poe­ti incon­tra­no il Minotauro, custo­de del VII cer­chio. Virgilio lo scac­cia ricor­dan­do la scon­fit­ta infer­ta­gli da par­te di Teseo e Arianna.

«vid’io lo Minotauro far cota­le;
e quel­lo accor­to gri­dò: «Corri al var­co:
men­tre ch’e’ ’nfu­ria, è buon che tu ti cale»

INFERNO, Canto XII, 25–27

I vio­len­ti sono immer­si in un fiu­me di san­gue bol­len­te, il Flegetonte. I cen­tau­ri, arma­ti di arco e frec­ce, con­trol­la­no le rive del fiu­me e col­pi­sco­no i dan­na­ti ogni vol­ta che pro­va­no a rie­mer­ge­re. Il cen­tau­ro Nesso si ren­de dispo­ni­bi­le ad accom­pa­gna­re i poe­ti oltre il Flegetonte, dove scor­go­no le ani­me di Alessandro Magno, Attila, Pirro, Ezzelino III da Romano ed altri vio­len­ti. Il cen­tau­ro lascia i due poe­ti all’ingresso del secon­do girone.

«Poi si rivol­se, e ripas­sos­si ’l guazzo»

INFERNO, Canto XII 139

I poe­ti, dopo aver lascia­to la sel­va dei sui­ci­di, entra­no nel ter­zo giro­ne del VII cer­chio. Si apre davan­ti a loro un vasto deser­to sab­bio­so ed infuo­ca­to. Qui sono puni­te le ani­me dei Bestemmiatori, divi­si in tre grup­pi distin­ti: i vio­len­ti con­tro Dio, gli Usurai e i Sodomiti.

«chi è quel gran­de che non par che curi
lo ’ncen­dio e gia­ce dispet­to­so e tor­to,
sì che la piog­gia non par che ’l marturi?»

INFERNO, Canto XIV 46–48

Nella diste­sa sab­bio­sa scor­go­no una gran­de figu­ra che si mostra indif­fe­ren­te alla piog­gia infuo­ca­ta: è l’anima di Capaneo.
Virgilio invi­ta Dante a seguir­lo aggi­ran­do la sel­va dei sui­ci­di, sino al pun­to in cui sgor­ga un pic­co­lo fiu­mi­cel­lo: il Flegetonte.

Virgilio, quin­di, spie­ga a Dante le ori­gi­ni dei fiu­mi infer­na­li e gli nar­ra del “Veglio di Creta”, una gigan­te­sca sta­tua situa­ta pres­so il Monte Rea (Isola di Creta).

«Dentro dal mon­te sta drit­to un gran veglio,
che tien vol­te le spal­le inver’ Dammiata
e Roma guar­da come suo speglio.»

INFERNO, Canto XIV 103–105

La sta­tua è com­po­sta da diver­si mate­ria­li: oro (testa), argen­to (pet­to e brac­cia), rame (ven­tre), fer­ro (gam­be e pie­de sini­stro) e di ter­ra­cot­ta (pie­de destro) e pre­sen­ta fes­su­re su tut­to il cor­po tran­ne nel­la par­te dora­ta. Dalle cre­pe del­la sta­tua esco­no lacri­me che, rac­col­te, van­no a for­ma­re i quat­tro fiu­mi Infernali: l’Acheronte, lo Stige, il Flegetonte e il Cocito.

The poe­ts, after having left the fore­st of sui­ci­des, enter the third ring of the seventh cir­cle. A vast, san­dy and fie­ry bur­ning desert opens up befo­re them. Here the souls of the Blasphemers are puni­shed, sor­ted into three dif­fe­rent groups: the Violent again­st God, the Usurers and the Sodomites.

«Who is that mighty one who seems to heed not
The fire, and lieth lowe­ring and disdain­ful,
So that the rain seems not to ripen him?”»

INFERNO, Canto XIV 46–48

In the san­dy stretch, they wit­ness a lar­ge figu­re that is indif­fe­rent to the fie­ry rain: it is the soul of Capaneus.

Virgilio invi­tes Dante to fol­low him by going around the fore­st of the sui­ci­des, up to the point whe­re a small stream flo­ws: the Phlegethon.

Virgil then explains to Dante the ori­gins of the infer­nal rivers and tells him about the « Veglio di Creta », a gigan­tic sta­tue loca­ted near Mount Rea (Island of Crete).

«A grand old man stands in the mount erect,
Who holds his shoul­ders tur­ned tow’rds Damietta,
And looks at Rome as if it were his mirror.»

INFERNO, Canto XIV 103–105

The sta­tue is made up of dif­fe­rent mate­rials: gold (head), sil­ver (che­st and arms), cop­per (bel­ly), iron (legs and left foot) and ter­ra­cot­ta (right foot) and has cracks all over the body except in the gol­den part. Tears pour from the cracks in the sta­tue, which once uni­ted form the four Infernal rivers: the Acheron, the Styx, the Phlegethon and the Cocytus.

I due poe­ti stan­no anco­ra cam­mi­nan­do lun­go la spon­da del fiu­me Flegetonte, quan­do da una schie­ra di dan­na­ti in movi­men­to, si avvi­ci­na a loro un’a­ni­ma. Il dan­na­to, con il viso bru­cia­to dal­la piog­gia infuo­ca­ta, affer­ra un lem­bo del vesti­to di Dante e mani­fe­sta la sua mera­vi­glia nel vede­re il som­mo poeta.

«e chi­nan­do la mano a la sua fac­cia,
rispuo­si: “Siete voi qui, ser Brunetto?”»

INFERNO, Canto XV 29–30

Dopo la pro­fe­zia dell’esilio di Dante da par­te di Brunetto Latini, il dan­na­to con­ti­nua il suo cam­mi­no con i due poe­ti men­zio­nan­do altri pec­ca­to­ri tra cui Prisciano, Francesco d’Accorso e Andrea de’ Mozzi. In que­sto can­to, gra­zie alla descri­zio­ne fat­ta da Brunetto Latini degli altri com­pa­gni di pena, Dante cita la cit­tà di Vicenza men­zio­nan­do il fiu­me Bacchiglione:

«colui potei che dal ser­vo de’ ser­vi
fu tra­smu­ta­to d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal pro­te­si nervi.»

INFERNO, Canto XV 111–114

Subito dopo, visto l’avvicinarsi di un altra schie­ra di dan­na­ti, l’anima di Brunetto Latini lascia i due poe­ti, cor­ren­do lun­go il sab­bio­ne infuocato.

«Poi si rivol­se, e par­ve di colo­ro
che cor­ro­no a Verona il drap­po ver­de
per la cam­pa­gna; e par­ve di costo­ro
quel­li che vin­ce, non colui che perde.»

INFERNO, Canto XV 121–124

Il can­to sedi­ce­si­mo ini­zia con la descri­zio­ne del suo­no dell’acqua del Flegetonte che, rica­den­do nel cer­chio sot­to­stan­te, pro­du­ce un fra­go­re assor­dan­te. Dal sab­bio­ne infuo­ca­to appa­io­no tre ani­me: Iacopo Rusticucci, Guido Guerra e Tegghiaio Aldobrandi, tut­ti fio­ren­ti­ni. Si muo­vo­no in cer­chio e par­la­no del­le cau­se del­la cor­ru­zio­ne a Firenze.

«Un amen non saria potu­to dir­si
tosto così com’e’ fuo­ro spa­ri­ti;
per ch’al mae­stro par­ve di partirsi.»

INFERNO Canto, XVI 88–90

I due poe­ti giun­go­no nei pres­si del cor­ni­cio­ne del VII cer­chio, dove ormai il rumo­re del­le casca­te del Flegetonte è insop­por­ta­bi­le. Virgilio chie­de e get­ta, nel­la scu­ra e rumo­ro­sa vora­gi­ne, la cor­da cin­ta ai fian­chi di Dante, pre­an­nun­cian­do l’arrivo di un per­so­nag­gio.

«“ma qui tacer nol pos­so; e per le note
di que­sta come­dìa, let­tor, ti giu­ro,
s’elle non sien di lun­ga gra­zia vòte,
ch’i’ vidi per quell’aere gros­so e scu­ro
venir notan­do una figu­ra in suso,
mara­vi­glio­sa ad ogne cor sicuro,”»

INFERNO, Canto XVI, 127–132

«Ecco la fie­ra con la coda aguz­za,
che pas­sa i mon­ti e rom­pe i muri e l’ar­mi!
Ecco colei che tut­to “l mon­do appuzza!»

INF. XVII 1–3

Il can­to XVII si apre con l‘apparizione del­la figu­ra miste­rio­sa cita­ta da Virgilio alla chiu­su­ra del can­to pre­ce­den­te: Gerione, mostro mito­lo­gi­co, sim­bo­lo di fro­de e custo­de del­le Malebolge.

Dante, avvi­ci­nan­do­si alla fie­ra, scor­ge nel sab­bio­ne infuo­ca­to alcu­ne ani­me che pian­go­no e che agi­ta­no le loro mani per ripa­rar­si dal­le fiam­me. Sono le ani­me tor­men­ta­te degli Usurai. Ognuno di loro reca una bor­sa al col­lo, cia­scu­na raf­fi­gu­ran­te un ani­ma­le: un leo­ne, un’o­ca e una scro­fa, che sim­bo­leg­gia­no rispet­ti­va­men­te le fami­glie dei Gianfigliazzi, degli Ubriachi e degli Scrovegni (Reginaldo degli Scrovegni). Quando Dante ritor­na dal suo incon­tro con gli Usurai, tro­va Virgilio già sedu­to sul­la grop­pa di Gerione. La gui­da ras­si­cu­ra Dante e lo invi­ta a sali­re sul mostro per scen­de­re insie­me ver­so il fon­do del­la voragine.

« e dis­se: “Gerion, movi­ti omai:
le rote lar­ghe e lo scen­der sia poco:
pen­sa la nova soma che tu hai”.»

INFERNO, Canto XVII 97–99

«così ne puo­se al fon­do Gerione
al piè al piè de la sta­glia­ta roc­ca
e, discar­ca­te le nostre per­so­ne,
si dile­guò come da cor­da cocca.»

INFERNO, Canto XVII 132–136

«Luogo è in infer­no det­to Malebolge,
tut­to di pie­tra di color fer­ri­gno,
come la cer­chia che din­tor­no il volge.»

INFERNO, Canto XVIII 1–3

Dante descri­ve lo sce­na­rio che appa­re ai suoi occhi duran­te la disce­sa in grop­pa a Gerione, spie­gan­do la strut­tu­ra dell’VIII cer­chio, chia­ma­to Malebolge. In esso si tro­va­no die­ci fos­sa­ti (Bolge), di for­ma con­cen­tri­ca, col­le­ga­te tra di loro da pon­ti. Al cen­tro del cer­chio si tro­va un enor­me poz­zo che fun­ge da col­le­ga­men­to con il cer­chio sot­to­stan­te. In que­sti fos­sa­ti sono puni­ti i Fraudolenti, cioè ani­me che in vita ingan­na­ro­no il prossimo.

«Nel fon­do era­no ignu­di i pec­ca­to­ri;
dal mez­zo in qua ci venien ver­so ’l vol­to,
di là con noi, ma con pas­si mag­gio­ri,
come i Roman per l’essercito mol­to,
l’anno del giu­bi­leo, su per lo ponte»

INFERNO, Canto XVIII 25–29

I due poe­ti arri­va­no ai limi­ti del­la pri­ma Bolgia, dove si tro­va­no le ani­me di Ruffiani e Seduttori. Le ani­me dei pec­ca­to­ri sono divi­se in due schie­re che cam­mi­na­no in dire­zio­ni oppo­ste fru­sta­te da dia­vo­li. Dante le para­go­na ai grup­pi di pel­le­gri­ni che si aggi­ra­no tra le stra­de di Roma in occa­sio­ne del giu­bi­leo (1300).

«Venedico se’ tu Caccianemico.»

INFERNO, Canto XVIII 50

Dopo aver incon­tra­to Venedico Caccianemico e aver scor­to l’anima di Giasone, i due poe­ti si diri­go­no ver­so la secon­da Bolgia, dove le ani­me degli adu­la­to­ri si per­cuo­to­no con le pro­prie mani e sono immer­si nel­lo ster­co. Tra que­sti, Dante rico­no­sce Alessio Interminelli e Taide, instan­ca­bi­le sedut­tri­ce e adulatrice.

«Taide è, la put­ta­na che rispuo­se
al dru­do suo quan­do dis­se « Ho io gra­zie
gran­di apo te? »: « Anzi mara­vi­glio­se! ».
E quin­ci sien le nostre viste sazie»

INFERNO, Canto XVIII 133–136

Dante descri­ve il fon­do del­la ter­za bol­gia, ric­co di buche con­cen­tri­che, simi­li a quel­le pre­sen­ti nel Battistero di San Giovanni a Firenze, da dove fuo­rie­sco­no le gam­be dei dan­na­ti tor­men­ta­te da fiam­mel­le di fuoco.

«Io vidi per le coste e per lo fon­do
pie­na la pie­tra livi­da di fóri,
d’un lar­go tut­ti e cia­scun era ton­do.
Non mi parean men ampi né mag­gio­ri
che que’ che son nel mio bel San Giovanni»

INFERNO, Canto XIX 13–17

Si trat­ta dei Simoniaci, ani­me che in vita fece­ro mer­ca­to di cose sacre, soprat­tut­to nel­la com­pra­ven­di­ta di cari­che eccle­sia­sti­che. Dante nota un dan­na­to che si scuo­te più degli altri, papa Niccolò III, che pro­fe­tiz­za l’arrivo, nel­la sua stes­sa buca, di Papa Bonifacio VIII e di Papa Clemente V.

«Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
quan­do colei che sie­de sopra l’acque
put­ta­neg­giar coi regi a lui fu vista;
quel­la che con le set­te teste nac­que,
e da le die­ce cor­na ebbe argo­men­to,
fin che vir­tu­te al suo mari­to piacque.»

INFERNO, Canto XIX 106–111

Il som­mo poe­ta, sde­gna­to dai papi simo­nia­ci, sca­glia una vio­len­ta invet­ti­va con­tro i pon­te­fi­ci cor­rot­ti e con­tro la Chiesa, para­go­na­ta ad un’orribile bestia con set­te teste e die­ci corna.

«Di nova pena mi con­ven far ver­si
e dar mate­ra al ven­te­si­mo can­to
de la pri­ma can­zon ch’è d’i som­mer­si.
Io era già dispo­sto tut­to quan­to
a riguar­dar ne lo sco­per­to fon­do,
che si bagna­va d’angoscioso pianto»

INFERNO, Canto XX 1–6

I due poe­ti sono giun­ti alla quar­ta bol­gia. Dante assi­ste a uno spet­ta­co­lo rac­ca­pric­cian­te. Appaiono alla sua vista, infat­ti, le defor­mi ani­me degli Indovini, con il vol­to rivol­to all’indietro.

«Come ’l viso mi sce­se in lor più bas­so,
mira­bil­men­te appar­ve esser tra­vol­to
cia­scun tra ’l men­to e ’l prin­ci­pio del casso»

INFERNO, Canto, XX 10–12

Queste ani­me, che in vita guar­da­va­no e pre­di­ce­va­no il futu­ro, ora sono costret­te a cam­mi­na­re all’indietro con lo sguar­do rivol­to al pas­sa­to. Nella Bolgia si tro­va­no le ani­me di Anfiarao, Tiresia, Arunte, Euripilo, Michele Scotto, Guido Bonatti, Asdente e Manto.

«Manto fu, che cer­cò per ter­re mol­te;
poscia si puo­se là dove nacqu’io;
onde un poco mi pia­ce che m’ascolte.»

INFERNO, Canto XX 55–57

Virgilio spie­ga a Dante le ori­gi­ni del­la sua cit­tà nata­le, Mantova, descri­ven­do minu­zio­sa­men­te la geo­gra­fia dell’Italia del Nord del XIII seco­lo, citan­do laghi, fiu­mi, cit­tà e valli.

«Sì mi par­la­va, e anda­va­mo introcque.»

INFERNO, Canto XX 130

Il ribol­li­re del­la pece nera del­la V Bolgia ricor­da a Dante l‘atmosfera dell’arsenale di Venezia, luo­go in cui si ripa­ra­no le navi. In que­sto fiu­me bol­len­te sono puni­ti i Barattieri, ani­me che in vita abu­sa­ro­no del­le pro­prie cari­che pub­bli­che per arricchirsi.

«Del nostro pon­te dis­se: «O Malebranche,
ecco un de li anzian di Santa Zita!»

INFERNO, Canto XXI 37–38

I due poe­ti osser­va­no un dia­vo­lo che get­ta nel­la pece bol­len­te il dan­na­to luc­che­se Martino Bottario. Un grup­po di demo­ni, i Malebranche, lo unci­na­no stra­zian­do­lo. Malacoda, è il capo di que­sto grup­po di dia­vo­li che, in segui­to alle paro­le di Virgilio, affi­da a die­ci demo­ni il com­pi­to di accom­pa­gna­re i poe­ti al pros­si­mo pon­te. Il grup­po di dia­vo­li è for­ma­to da Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicante e Barbariccia. Dante e Virgilio, dopo lo scon­cio segna­le di Barbariccia, «Ed elli avea del cul fat­to trom­bet­ta» si met­to­no in cam­mi­no ver­so l’argine del­la V Bolgia.

«Per l’argine sini­stro vol­ta dien­no;
ma pri­ma avea cia­scun la lin­gua stret­ta
coi den­ti, ver­so lor duca, per cen­no;
ed elli avea del cul fat­to trombetta.»

INFERNO, Canto XXI 136–139

Dante com­men­ta lo scon­cio segna­le di Barbariccia e descri­ve altri suo­ni nor­mal­men­te uti­liz­za­ti da cava­lie­ri per met­ter­si in mar­cia, qua­li trom­be, tam­bu­ri, cam­pa­ne, e fuo­chi, ren­den­do, in que­sto modo, il Canto XXII il più “Musicale” dell’intera Divina Commedia.

«quan­do con trom­be, e quan­do con cam­pa­ne,
con tam­bu­ri e con cen­ni di castel­la,
e con cose nostra­li e con istrane»

INFERNO, Canto XXII 7–9

Lo sce­na­rio del XXII can­to è stret­ta­men­te col­le­ga­to a quel­lo pre­ce­den­te. Dante e Virgilio stan­no anco­ra cam­mi­nan­do sul­le coste del­la V bol­gia e osser­va­no le ani­me dei dan­na­ti immer­se nel­la pece. Scorgono il barat­tie­re Ciampolo da Navarra che, emer­so dal liqui­do bol­len­te, vie­ne tor­tu­ra­to dai demo­ni. A que­sto pun­to il dan­na­to nomi­na ed offre altri due barat­tie­ri ita­lia­ni: fra­te Gomita e Michele Zanche, in cam­bio del­la pro­pria liber­tà. Lo stes­so Ciampolo ingan­na i dia­vo­li, riu­scen­do a tuf­far­si nuo­va­men­te nel­la pece bol­len­te: per l’inganno si ori­gi­na una zuf­fa tra i demo­ni, che por­ta Calcabrina e Alichino a cade­re all’interno del fiu­me di pece bol­len­te. Dante e Virgilio appro­fit­ta­no del­la situa­zio­ne per allontanarsi.

«“e noi lasciam­mo lor così ’mpac­cia­ti”»

INFERNO, Canto XXII 153

I due poe­ti sfug­go­no alla cac­cia dei demo­ni scen­den­do nel­la Bolgia suc­ces­si­va, la sesta. Qui sono puni­te le ani­me degli Ipocriti, colo­ro che in vita fin­se­ro volon­ta­ria­men­te di ave­re idea­li, sen­ti­men­ti ed emo­zio­ni che in real­tà non pos­se­de­va­no. In que­sta Bolgia le ani­me sono costret­te ad indos­sa­re pesan­ti cap­pe fat­te di piom­bo e rico­per­te d’o­ro, che ren­do­no il loro cam­mi­no len­to e doloroso.

«Là giù tro­vam­mo una gen­te dipin­ta
che giva intor­no assai con len­ti pas­si,
pian­gen­do e nel sem­bian­te stan­ca e vinta»

INFERNO, Canto XXIII 58–60

Due ani­me dan­na­te, Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò, spie­ga­no ai vian­dan­ti in cosa con­si­ste la loro pena, ma si inter­rom­po­no alla vista di un altro dan­na­to, Caifa. Il sacer­do­te è cro­ci­fis­so a ter­ra ed è con­dan­na­to ad esser cal­pe­sta­to dal­la len­ta pro­ces­sio­ne degli ipo­cri­ti. In egual misu­ra, è con­dan­na­to anche suo suo­ce­ro Anna ed altri farisei.

«Io comin­ciai: “O fra­ti, i vostri mali…”;
ma più non dis­si, ch’a l’occhio mi cor­se
un, cru­ci­fis­so in ter­ra con tre pali.»

INFERNO, Canto XXIII 109–111

Il som­mo poe­ta, con l’aiuto di Virgilio, rie­sce a risa­li­re la fra­na del­la VI Bolgia e si affac­cia a quel­la suc­ces­si­va. La set­ti­ma cavi­tà infer­na­le è inva­sa da innu­me­re­vo­li ser­pen­ti e altri ret­ti­li. Qui ven­go­no puni­ti i ladri. I dan­na­ti cor­ro­no nel­la bol­gia nudi e con le mani lega­te da ser­pi. Dante e Virgilio, sce­si nel­la bol­gia, vedo­no un dan­na­to che vie­ne mor­so al col­lo da una ser­pe e, di con­se­guen­za, pren­de fuo­co per poi diven­ta­re cenere.

«com’el s’accese e arse, e cener tut­to
con­ven­ne che cascan­do dive­nis­se;
e poi che fu a ter­ra sì distrut­to,
la pol­ver si rac­col­se per sé stes­sa,
e ’n quel mede­smo ritor­nò di butto.»

INFERNO, Canto XXIV 01–105

La cene­re ripren­de la for­ma del dan­na­to in pochi istan­ti e Dante rico­no­sce in lui il ladro pisto­ie­se Vanni Fucci. Dante, per descri­ve­re que­sta meta­mor­fo­si, la para­go­na alla feni­ce che rina­sce dal­le pro­prie cene­ri. Con que­sta puni­zio­ne le ani­me dei ladri non ven­go­no sola­men­te assa­li­te dal­le ser­pi, ma anche deru­ba­te del­la pro­pria for­ma corporea.

Il XXV Canto si apre con Vanni Fucci che rivol­ge un gesto bla­sfe­mo ver­so Dio, ma vie­ne subi­to attac­ca­to dal­le ser­pi. Mentre il dan­na­to si allon­ta­na nel­la bol­gia, Dante vede che a rin­cor­rer­lo c’è il cen­tau­ro Caco, ira­con­do, coper­to di ser­pen­ti e con un dra­go sul­le spal­le. Virgilio spie­ga che il Centauro Caco fu ucci­so da Ercole per­chè rubò quat­tro buoi e quat­tro gio­ven­che appar­te­nen­ti alla sua mandria.

«Mentre che sì par­la­va, ed el tra­scor­se
e tre spi­ri­ti ven­ner sot­to noi,
de’ qua­li né io né ’l duca mio s’accorse,.»

INFERNO, Canto XXV 34–36

Il discor­so del­la gui­da vie­ne inter­rot­to dal­l’ar­ri­vo di tre ladri fio­ren­ti­ni. Uno dei dan­na­ti vie­ne tra­sfor­ma­to in una crea­tu­ra che non è né uomo né bestia. Il secon­do fio­ren­ti­no, Buso Donati, vie­ne attac­ca­to da un ser­pen­tel­lo (che in real­tà è Francesco dei Cavalcanti, det­to il Guercio) all’ombelico. Il mor­so gene­ra una dop­pia meta­mor­fo­si: quel­la dell’uomo in ret­ti­le e quel­la del ret­ti­le in uomo. Il ter­zo ladro fio­ren­ti­no non com­pie nes­su­na meta­mor­fo­si e Dante lo rico­no­sce in Puccio Sciancato.

«Godi, Fiorenza, poi che se’ sì gran­de,
che per mare e per ter­ra bat­ti l’ali,
e per lo ’nfer­no tuo nome si spande!»

INFERNO, Canto XXVI 1–3

L’invettiva di Dante con­tro la cit­tà di Firenze apre il can­to XXVI: dopo aver incon­tra­to ben cin­que ladri fio­ren­ti­ni, il som­mo poe­ta spie­ga che il nome del­la cit­tà è ben cono­sciu­to, anche all’Inferno.

Arrivati alla VIII Bolgia, coper­ta da cen­ti­na­ia di fiam­me, Virgilio rac­con­ta a Dante che ogni lin­gua di fuo­co rac­chiu­de un pec­ca­to­re e che qui sono puni­ti i con­si­glie­ri frau­do­len­ti. Dante è incu­rio­si­to da una fiam­ma a dop­pia pun­ta. Virgilio spie­ga che nel­lo stes­so fuo­co sono puni­te le ani­me di due dan­na­ti: Ulisse e di Diomede. La fiam­ma più alta è quel­la in cui si tro­va Ulisse,che rac­con­ta la sto­ria del suo ulti­mo viag­gio, rega­lan­do­ci un’im­ma­gi­ne uni­ca del­la cono­scen­za del mon­do e del­la geo­gra­fia al tem­po di Dante.

Spinto dal desi­de­rio di cono­scen­za, il dan­na­to descri­ve la par­ten­za dall’isola di Itaca, l’attraversamento del Mar Meditterraneo e del­lo stret­to di Gibilterra, per navi­ga­re ver­so l’ignoto.

«L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intor­no bagna.
Io e ’ com­pa­gni era­vam vec­chi e tar­di
quan­do venim­mo a quel­la foce stret­ta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi»

INFERNO, Canto, XXVI 103–108

La navi­ga­zio­ne­di Ulisse ter­mi­na nell’emisfero austra­le, alla vista del­la mon­ta­gna del pur­ga­to­rio, dove una tem­pe­sta improv­vi­sa capo­vol­ge e affon­da la sua imbarcazione.

«infin che ’l mar fu sovra noi richiuso.»

INFERNO, Canto XXVI, 142

I due poe­ti sono anco­ra spor­ti sul Bordo del­la VIII Bolgia. Quando la fiam­ma a dop­pia pun­ta di Ulisse e Diomede si allon­ta­na, se ne avvi­ci­na subi­to un’altra. In essa è rac­chiu­sa l’anima di Guido da Montefeltro, uomo d’armi e suc­ces­si­va­men­te fra­te, inte­res­sa­to a sape­re le sor­ti del­la sua ter­ra natia, la Romagna. Dante nei ver­si suc­ces­si­vi, descri­ve al pec­ca­to­re le situa­zio­ni poli­ti­che di Ravenna, Forlì, Rimini, Faenza, Imola e Cesena.

Lo spi­ri­to roma­gno­lo descri­ve a Dante che, negli ulti­mi anni del­la sua vita, Papa Bonifacio VIII lo indus­se in pec­ca­to e che, alla sua morte,San Francesco e un dia­vo­lo si con­te­se­ro la sua ani­ma. Vinsero le for­ze del male che tra­spor­ta­ro­no l’anima giù nell’abisso infernale.

I due poe­ti pro­se­guo­no il loro cam­mi­no sino al pros­si­mo pon­te del cerchio.

«Noi passamm’oltre, e io e ’l duca mio,
su per lo sco­glio infi­no in su l’altr’arco»

INFERNO, Canto XXVII, 132–133

Dante descri­ve lo sce­na­rio infer­na­le che si pre­sen­ta ai suoi occhi dall’alto del pon­te del­la IX Bolgia. In que­sto fos­sa­to sono puni­te le ani­me dei semi­na­to­ri di discor­die. Poiché in vita crea­ro­no lace­ra­zio­ni e sci­smi in cam­po poli­ti­co, reli­gio­so e socia­le, ora sono dan­na­ti ad esse­re squar­cia­ti da un dia­vo­lo arma­to di spada.

«Un dia­vo­lo è qua die­tro che n’accisma
sì cru­del­men­te, al taglio de la spa­da
rimet­ten­do cia­scun di que­sta risma»

INFERNO, Canto XXVIII, 37–39

Dante rico­no­sce tra i dan­na­ti stra­zia­ti Maometto, Alì, Pier da Medicina, Curione, Mosca dei Lamberti. Il can­to si con­clu­de con l’incontro di Bertram del Bornio, che si avvi­ci­na a loro tenen­do in mano la pro­pria testa come una lanterna.

«e ’l capo tron­co tenea per le chio­me,
pesol con mano a gui­sa di lanterna»

INFERNO, Canto XXVIII, 121–122

Prima di lascia­re la IX Bolgia, Virgilio spie­ga che, nel momen­to in cui Dante sta­va dia­lo­gan­do con Bertram del Bornio, altri dan­na­ti gli indi­ca­va­no l’anima di Geri del Bello, paren­te del som­mo poeta.

I due poe­ti, attra­ver­sa­to il pon­te, per­ce­pi­sco­no for­ti lamen­ti e un feto­re bestia­le di car­ne putre­fat­ta dal­la fos­sa sot­to­stan­te, la deci­ma e ulti­ma Bolgia. Nel fos­sa­to sono puni­ti i fal­sa­ri di metal­li (Alchimisti).

I cor­pi dei dan­na­ti sono sedu­ti uno vici­no all’altro e sono rico­per­ti da cro­ste e scab­bia, con­dan­na­ti ad un eter­no prurito.

Tra i dan­na­ti ci sono due alchi­mi­sti, Griffolino d’Arezzo e Capocchio, entram­bi bru­cia­ti sul rogo dai senesi.

«Io vidi due sede­re a sé pog­gia­ti,
com’a scal­dar si pog­gia teg­ghia a teg­ghia,
dal capo al piè di schian­ze macolati»

INFERNO, Canto XXIX, 73–75

L’incontro con Griffolino d’Arezzo e Capocchio vie­ne inter­rot­to da altri due fal­sa­ri che cor­ro­no nudi per la Bolgia, adden­tan­do gli altri dan­na­ti. Capocchio vie­ne attac­ca­to al col­lo, men­tre Griffolino spie­ga a Dante che i due dan­na­ti sono Gianni Schicchi e Mirra, figlia del re di Cipro, entram­bi con­dan­na­ti per aver fal­si­fi­ca­to la pro­pria identità.

Dante, nel­la stes­sa Bolgia, nota Mastro Adamo, para­go­na­to a un liu­to per la sua defor­ma­zio­ne fisi­ca, con­dan­na­to per aver fal­si­fi­ca­to monete.

«E io a lui: «Chi son li due tapi­ni
che fum­man come man bagna­te ’l ver­no,
gia­cen­do stret­ti a’ tuoi destri confini?”»

INFERNO, Canto XXX, 91–93

Al suo fian­co Mastro Adamo pre­sen­ta altri due cor­pi tor­men­ta­ti: la moglie di Putifarre e Sinone, con­dan­na­ti a sof­fri­re di alte feb­bri. In par­ti­co­la­re, que­sti dan­na­ti sono accu­sa­ti di esse­re fal­sa­ri di parola.

Dante e Virgilio si lascia­no alle loro spal­le l’ultima Bolgia e si avvi­ci­na­no al cen­tro del VIII Cerchio, dove si tro­va un gros­so poz­zo che divi­de le male­bol­ge dal lago ghiac­cia­to di Cocito. I poe­ti, avvi­ci­nan­do­si al poz­zo, nota­no che le gran­di ombre che cir­con­da­no il cer­chio non sono alte tor­ri, ma Giganti.

«Raphél maì amè­che zabì almi»

INFERNO, Canto XXXI, 67

Le paro­le incom­pren­si­bi­li sono pro­nun­cia­te dal gigan­te Nembrot. Virgilio lo invi­ta a sfo­ga­re la pro­pria ira uti­liz­zan­do il cor­no che por­ta al col­lo. A sini­stra di Nembrot si tro­va il gigan­te Fialte, inca­te­na­to ed anco­ra più alto del suo vicino.

Giunti da Anteo, il ter­zo gigan­te, Virgilio gli chie­de, con un discor­so lusin­ghie­ro, di aiu­tar­lo a scen­de­re nel IX Cerchio.

Il gigan­te accon­sen­te e depo­ne i due poe­ti sul­la diste­sa ghiac­cia­ta del Cocito.

«Ma lie­ve­men­te al fon­do che divo­ra
Lucifero con Giuda, ci sposò»

INFERNO, Canto XXXI, 142–143

Deposti dal Gigante Anteo alla base del poz­zo, i due poe­ti vedo­no un’immensa diste­sa ghiac­cia­ta che ospi­ta al suo inter­no le ani­me dei tra­di­to­ri. Il IX Cerchio è divi­so in quat­tro zone: la Caina, l’Antenora, la Tolomea e la Giudecca. In que­ste zone sono puni­te, rispet­ti­va­men­te, le ani­me dei tra­di­to­ri dei paren­ti, dei tra­di­to­ri del­la patria, dei tra­di­to­ri degli ospi­ti e dei tra­di­to­ri dei benefattori.

«Come noi fum­mo giù nel poz­zo scu­ro
sot­to i piè del gigan­te assai più bas­si,
e io mira­va anco­ra a l’alto muro,
dice­re udi’mi: «Guarda come pas­si:
va sì, che tu non cal­chi con le pian­te
le teste de’ fra­tei mise­ri lassi”.»

INFERNO, Canto XXXII 16–21

Camminando nel­la Caina, i poe­ti nota­no le teste chi­ne dei dan­na­ti, immer­si nel ghiac­cio fino al collo.

Un dan­na­to, Camicion de Pazzi, rac­con­ta a Dante che i due dan­na­ti, ghiac­cia­ti insie­me e tan­to vici­ni che i loro capel­li si ingar­bu­glia­no, sono i con­ti Mangona, puni­ti per esser­si ucci­si a vicenda.

Successivamente, Camicion de Pazzi nomi­na altri com­pa­gni di pena tra cui: Mordrec, Vanni de” Cancellieri e Sassolo Mascheroni.

Oltrepassata la pri­ma zona, i due poe­ti con­ti­nua­no il loro viag­gio nell’Antenora. Dante acci­den­tal­men­te col­pi­sce al vol­to il dan­na­to Bocca degli Abati, puni­to per aver deter­mi­na­to la scon­fit­ta di Firenze nel­la bat­ta­glia di Montaperti.

«Piangendo mi sgri­dò: “Perché mi peste?
se tu non vie­ni a cre­scer la ven­det­ta
di Montaperti, per­ché mi moleste?”. »

INFERNO, Canto XXXII 79–81

L’anima di Buoso da Duera rive­la a Dante il nome di altri dan­na­ti, tra cui: Tesauro dei Beccheria, Gianni dei Soldanieri, Tebaldello Zambrasi e Gano di Maganza.

« “O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,»

INFERNO, Canto XXXII 133–134

Il can­to si con­clu­de alla ter­ri­fi­can­te vista di un dan­na­to che azzan­na con i pro­pri den­ti il com­pa­gno di pena.

Il dan­na­to, inter­ro­ga­to da Dante, spie­ga di esse­re l’anima del Conte Ugolino e che il pec­ca­to­re che sta tor­men­tan­do è l’Arcivescovo di Pisa Ruggeri. L’anima affa­ma­ta di Ugolino aggiun­ge che l’Arcivescovo ordi­nò di impri­gio­na­re lui e i suoi figli in una tor­re di Pisa, costrin­gen­do­li a mori­re di fame.

«Che per l’effetto de’ suo’ mai pen­sie­ri,
fidan­do­mi di lui, io fos­si pre­so
e poscia mor­to, dir non è mestieri»

INFERNO, Canto XXXIII 16–18

I due poe­ti si avvi­ci­na­no alla Tolomea, la ter­za zona del Cocito. Qui un dan­na­to implo­ra Dante di aiu­tar­lo. È l’anima di Frate Alberigo che, insie­me a Branca Doria, scon­ta la pena per aver tra­di­to i pro­pri ospiti.

Dante e Virgilio sono giun­ti nel­la zona più bas­sa del­la vora­gi­ne Infernale. Attraversando la Tolomea giun­go­no all’ultima zona del Cocito, la Giudecca. I poe­ti nota­no che le ani­me dei dan­na­ti sono inte­ra­men­te coper­te dal ghiac­cio. Queste ani­me sono puni­te per aver tra­di­to i bene­fat­to­ri. Al cen­tro del lago si tro­va l’Imperatore Infernale, Lucifero, che moven­do le sue gran­di ali gene­ra i ven­ti fred­di che ghiac­cia­no le acque del Cocito. L’angelo ribel­le è impri­gio­na­to dal ghiac­cio sino ai fian­chi, ha tre paia di ali, una testa con tre visi e, con le tre boc­che, masti­ca e sevi­zia tre dannati.

«Oh quan­to par­ve a me gran mara­vi­glia
quand’io vidi tre fac­ce a la sua testa!»

INFERNO, Canto XXXIV 37–38

Virgilio spie­ga a Dante che i tre tra­di­to­ri sono: Giuda, Bruto e Cassio, il pri­mo vie­ne mor­so alla testa, men­tre gli altri due sono appe­si per le gambe.

La can­ti­ca dell’Inferno si con­clu­de con la risa­li­ta dei due poe­ti ver­so la mon­ta­gna del Purgatorio. I due devo­no scen­de­re da una fes­su­ra aggrap­pan­do­si al cor­po di Lucifero, dopo­di­chè, arri­va­ti al cen­tro del­la ter­ra, spet­ta loro la sca­la­ta dal­la par­te oppo­sta, sino all’u­sci­ta degli inferi.

«salim­mo sù, el pri­mo e io secon­do,
tan­to ch’i’ vidi de le cose bel­le
che por­ta ’l ciel, per un per­tu­gio ton­do.
E quin­di uscim­mo a rive­der le stelle.»

CANTO, XXXIII, 136–139